Il kanun oggi in albania e il decreto di espulsione

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Espulsione, se in patria si rischia la vita per il Kanun può essere annullata

La Cassazione ha dato ragione ad un cittadino albanese che era stato oggetto di un decreto di espulsione ma in patria sarebbe stato a rischio di vendetta traversale

Il decreto di espulsione dall’Italia per un cittadino non comunitario può essere annullato dalla Cassazione in maniera definitiva nel caso in cui il soggetto, una volta rientrato in patria, sia a concreto rischio di morte a causa di una possibile vendetta contro la sua famiglia.

L’ultimo caso arriva da una sentenza del 10 maggio 2018 e che ha cancellato il rimpatrio coatto per un albanese che non poteva avere condizioni sicure nella sua terra d’origine.

Tutti è cominciato nel 2015 quando il Prefetto di Forlì – Cesena firmava il decreto di espulsione per questo albanese, dopo un periodo di permanenza nel CIE di Bari-Palese.

Provvedimento formalmente corretto ma difficile da applicare perché in Albania specialmente nella parte settentrionale del Paese permane forte il fenomeno della “vendetta di sangue” nella quale era coinvolta la famiglia del soggetto in questione.

Un fenomeno che discende dal Kanun di Lek Dukagjini, un codice applicato già nel Medioevo alle famiglie albanesi allora sotto il dominio degli Ottomani.

Il principio fondante era quello dell’onore e regolava i rapporti tra tutti gli uomini e le loro famiglie. Quindi chi lo infangava doveva riscattare l’affronto e lo poteva fare soltanto con lo spargimento di sangue, oppure con un perdono pubblico al quale seguiva la riconciliazione.

Pratiche del passato che ufficialmente non sono più in vigore anche perché l’Albania è diventata un Paese moderno, ma è difficile sradicare da certe zone la tradizione.

Così alcuni principi del Kanun nonostante tutto hanno resistito nei secoli e sono considerati attuali ancora adesso, tanto che rischio concreto di una vendetta sino all’omicidio è assolutamente plausibile.

E da lì potrebbe partire una serie di vendette trasversali senza la possibilità di interrompere la scia di sangue.

Così chi ne viene colpito dovrebbe essere costretto ad una vita da recluso per evitare che qualcuno possa prendersela con lui, con il rischio concreto di entrare in una fase di depressione per non poter fare la vita comune degli altri, non poter lavorare come gli altri, non poter nemmeno usufruire degli stessi servizi pubblici destinati agli altri.

Nel caso specifico, il cittadino albanese espulso dalla Romagna sarebbe stato a fortissimo rischio di vendetta se fosse tornato in patria e così anche la sua famiglia anche perché il governo albanese non avrebbe potuto garantire la sua incolumità.

Così dopo il ricorso contro il provvedimento, in primo grado era stata documentata la situazione del soggetto, anche se il Giudice di Pace di Forlì aveva rigettato il ricorso.

A quel punto i suoi avvocati hanno presentato un nuovo ricorso in Cassazione evidenziando la mancata applicazione dell’articolo 19 del Testo Unico Immigrazione (quello che regola il divieto di espulsione) e la mancata valutazione della situazione che avrebbe coinvolto il cittadino albanese in reale pericolo di vita.

La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso sia per il vizio di motivazione che per il rischio di persecuzione in caso di rimpatrio.

avvocato per stranieri, pratiche immigrazioni

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